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domenica 10 aprile 2011

La speranza in fondo al mare: i fantasmi che affogano senza nome e senza patria

 Berlusconi fa le condoglianze al governo tunisino, ma i morti scappavano dalla Libia, braccianti in fuga da Somalia, Eritrea, Ciad, Etiopia, popoli di nessuno finalmente “fuori dalle palle”

di Antonella Beccaria (Fonte: domani.arcoiris.tv )

Umberto Bossi l’aveva detto nel suo idioma, fuori dalle palle. E lo sono i 250 migranti morti nella notte tra il 5 e il 6 aprile scorsi quando si è rovesciato il barcone con cui stavano cercando di raggiungere le coste italiane. Venivano dal Corno d’Africa. Etiopi, somali e tra loro era rappresentata qualche altra etnia dell’Africa nera. Il nostro governo, però, fa le condoglianze alla Tunisia. Che tanto è lo stesso, una nazionalità vale l’altra. Quasi fossimo tornati ai tempi di una faccia, una razza. Senza quasi, forse. E il rammarico per la nuova sciagura del mare deve essere un en passant dato che intanto il capo del governo annuncia ai suoi ministri che ha cambiato idea. Era stato affrettato nello scegliere su Internet la sua residenza lampedusana, probabilmente troppo vicina all’aeroporto e dunque fastidiosa, con tutto quel lavoro. Aggiunge, ai suoi uomini dell’esecutivo, che ne troverà un’altra e che li terrà informati. Perché qui si lavora, mica storie.

Dall’inizio dell’anno, gli arrivi in Italia sono stati 25.800, afferma il ministero degli Interni. E sono 800 i morti, da gennaio a oggi. Gente senza nome, considerata anche senza
dignità. Infestatori delle coste italiane, candidati a infestare anche il resto del territorio. Non importa se stanno in un centro di identificazione oppure se in un campo profughi. Figurarsi poi se affittano una casa, magari in edilizia popolare. Meglio che finiscano in fondo al mare, per l’Italia e il suo governo. E magari anche per l’Europa, che a livello comunitario ogni tanto interviene con proclami di circostanza e a livello giornalistico sorvola sulle vittime.

E un po’ come accade per la (interrotta) “emergenza” fisica generata dagli arrivi, tutto sembra legato all’attualità (solo della penisola). Una notizia d’agenzia o da telegiornale che smette di essere reale una volta terminato il take o il servizio. Eppure, guardando agli ultimi trent’anni, sono stati innumerevoli i fatti assolutamente simili a quelli che si verificano in queste settimane.

Le carrette del mare, nella memoria collettiva, rimangono impresse dall’agosto 1991 quando, sulla scia dei conflitti che stavano esplodendo nei Balcani, iniziavano i flussi di disperati sulle coste del sud Italia. Quella volta approdò al porto di Bari un cargo, l’Anija Vlora, e forse fu la prima emergenza immigrati. Ma con il tempo, ne sarebbero seguite molte altre. Rimaste emergenze, che con sé hanno recato anche un bilancio di rovesciamenti (e morti) che difficilmente si ricorda. O si vuole ricordare.

Decine di persone recuperate dal mare in acque più o meno aperte, ma soprattutto le cifre ci parlano di centinaia di morti. E di dispersi, per lo più rimasti tali, inghiottiti da un naufragio e di cui non si sono avute più notizie. Non c’è stato anno in cui questi “incidenti”, per così dire, non si siano verificati. E meriterebbero di essere citati tutti quanti, ma si tratterebbe di una conta delle vittime lunghissima per un’altrettanto lunga scia di sciagure.

E allora ci limitiamo a quelli più gravi. Partendo dal 25 dicembre 1996, quando ci fu uno scontro tra l’isola di Malta e la Sicilia tra due imbarcazioni, la libanese Friendship e la motonave Yohan. A lungo negato (tanto da diventare oggetto di inchieste giornalistiche senza le quali oggi si saprebbe ben poco di ciò che avvenne quel Natale), le vittime sono state tra le 200 e le 300. Appena più di 3 mesi dopo, il 28 marzo 1997, un’imbarcazione albanese (che cola a picco) si scontra con la Sibilla, corvetta della marina militare tricolore. Bilancio: 56 morti (di cui solo 4 rinvenuti subito, per gli altri occorrerà attendere fino all’ottobre successivo, quando sarà ripescato lo scafo) e 34 persone salvate. E sul finire di quell’anno, il 21 novembre, nel Canale d’Otranto, al largo della costa leccese, esplode la camera d’aria di un gommone. Sedici cittadini albanesi perdono la vita.

Nel 1998 sono 2 gli incidenti. Il 9 febbraio altri 5 cittadini albanesi muoiono per una carretta salpata da Valona che affonda mentre il 27 novembre, nella zona di Brindisi, la stessa sorte tocca ad altri 7 immigrati la cui imbarcazione cozza contro quella di alcuni contrabbandieri.

Ma una delle annate più tragiche è quella del 1999. Il 27 maggio, di nuovo nel canale d’Otranto e di nuovo un gommone. Che stavolta finisce contro una vedetta della guardia di finanza. Cinque vittime di cui 2 minorenni. Poi, a ferragosto, tra il 15 e il 16, in circostanze che non sono mai state chiarite, si verifica un nuovo disastro. Le fonti sono concordi nel parlare di un centinaio di morti, di probabile etnia rom, inabissatasi al largo delle coste del Montenegro. E ancora il 1 novembre, a Torre Cavallo, provincia di Brindisi, un gommone naufraga poco lontano dal litorale. Annegano 6 stranieri. Il bilancio non è ancora concluso perché tra il 30 e il 31 dicembre, si devono contare altri 59 morti nel canale d’Otranto. Si dovranno attendere quindi giorni per averne la certezza dietro sollecitazione dei familiari delle vittime, che non avevano più ricevuto notizie dai congiunti partiti per l’Italia.

Il nuovo decennio sembra aprirsi meno tragicamente. Nel 2000 si ricorda un solo episodio, accaduto il 4 maggio lungo la riviera del Salento. Due morti e una decina di dispersi dopo lo scontro tra un gommone e una motovedetta della polizia. E qualcosa di analogo accade l’anno successivo, quando il 10 giugno, a Trani, provincia di Bari, i morti sono cinque morti, sette i dispersi e alcuni sopravvissuti (che si mettono in salvo a nuoto) per l’affondamento di una carretta del mare.

Il 2002 torna a essere un’ecatombe. Il 7 marzo, nel canale di Sicilia, a una sessantina di miglia da Lampedusa, sono 12 morti dopo il naufragio di un barcone su cui si trovava un centinaio di persone. Non si deve attendere che qualche giorno perché l’11 marzo, di nuovo al largo di Otranto, in acque internazionali, siano 6 le vittime sulle 28 persone trasportate da un gommone. L’ 8 giugno, a Castro Marina, provincia di Lecce, a qualche decina di metri dal litorale, un episodio a cui si aggiunge la ferocia umana: gli scafisti lanciano in mare una quarantina di immigrati e feriscono a colpi di coltello chi non voleva lanciarsi. Ripescati 4 morti. Infine il 2 dicembre, in viaggio dalla Libia all’Italia, un’imbarcazione naufraga per il maltempo in mare aperto e muoiono 12 persone. Altre 52 vengono salvate e gli altri risulteranno dispersi.

Nel 2003 sono due gli eventi tragici. Il primo, avvenuto il 20 giugno, un naufragio al largo della Tunisia provoca una cinquantina di feriti. Nell’immediato sono 160 i dispersi, di cui solo 41 verranno recuperati. Il ottobre, il 20 per la precisione, gli immigrati giunti in Sicilia con qualcosa di appena più di una zattera raccontano alla guardia costiera che, durante la traversata sono morte 70 persone.

L’anno successivo, sempre al largo di Tunisi e verso l’Italia, inabissamento per una nave che trasporta 75 persone, 70 marocchini e 5 tunisini. I morti sono 17, una cinquantina i dispersi e 11 coloro che vengono recuperati. Il 2006 è caratterizzato dal salvataggio da parte della marina militare di 120 immigrati. Un barcone si è rovesciato e i corpi senza vita sono 10. Quaranta i dispersi.

Il 1 giugno 2007, 21 vittime al largo delle coste siciliane e, nello specifico di questo episodio, va registrato il rifiuto del governo di Malta di accogliere le salme. Ad appena più di 2 settimane di distanza, il 17 giugno, nel canale di Sicilia, vengono ripescati 11 corpi (3 i dispersi) e il 18 luglio, a 180 miglia da Lampedusa, si capovolge un barcone che trasportava 26 persone. Undici non saranno ritrovate e le altre saranno salvate dal motopeschereccio italiano Monastir. Nelle stesse ore c’è un’altra sciagura: su 22 naufragi, i morti saranno 4. Il 29 ottobre, a Roccella Jonica, provincia di Reggio Calabria, sempre a causa del maltempo si spezza un’imbarcazione con a bordo tra le 120 e le 150 persone, tra 12 minorenni. Sedici i morti.

Il 12 maggio 2008 dei 66 immigrati che avevano tentato di arrivare in Italia da Monastir, in Tunisia, 47 moriranno di stenti e di freddo. I corpi dei morti vengono gettati in mare e all’arrivo dei soccorsi altri 3 cadaveri saranno ritrovati sull’imbarcazione. Di nuovo nel 2008, il 28 agosto, al largo di Malta muoiono 70 persone. Tra gli 8 salvati dal motopeschereccio Madonna di Pompei, la metà erano donne, ma si perdono le tracce di altre 78 persone, tra cui alcune ragazze incinte.

Ne mancano tanti di episodi, vuoi per un bilancio delle vittime meno nutrito o vuoi perché risulta complicato andare a rintracciare tutti i fatti dell’ultimo quindicennio. Già però questi eventi rendono idea dell’ecatombe.

Rendono l’idea di come il Mediterraneo, oltre a scacchiera geostrategica importante sia a fini militari che commerciali, sia diventata anche altro: una tomba collettiva, una fossa nella quale sono finiti essere umani. Oltre alla speranza di una vita migliore, annegata tra dittature terzomondiste, approfittatori della peggior specie ed egoismi occidentali volti sempre di più al continente-fortezza.

(Fonte: Migranti Torino)
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giovedì 7 aprile 2011

L'immane tragedia del naufragio a Lampedusa, ci chiama a riflettere sull'andazzo di questo tempo e sulle nostre azioni



Lampedusa- Questa immane tragedia chiama tutti alla riflessione sul cattivo andazzo di questo tempo perverso e sulle nostre azioni. In primis chiama a riflettere "coloro" che finora non hanno fatto altro che lamentarsi di questa gente...Per questi nostri fratelli,  parte della nostra umanità,  non c'era spazio quì in Italia, mentre per i politici e per i mafiosi di spazio c'é n'é e tanto...Ora l' Italia rifletti seriamente, perché questi poveri morti peseranno sulla coscienza di quanti politici, istituzioni e società civile, che con il loro comportamento cinico e di parte, con leggi razziste e bastarde, hanno già ucciso da tempo questa gente.  Vedere i loro corpi senza vita galleggiare nel mare fa un certo effetto, sapere che tra questi corpi ci sono tantissimi bambini e madri, fa ancora più male...I bambini rappresentano il futuro..Ancora una volta viene inferto un colpo mortale al futuro. un futuro che se si andrà avanti di questo passo diverrà sempre più impossibile! Intere famiglie ingoiate e annegate nel mare che fuggivano dalla tragedia di una guerra che sta distruggendo la loro terra, per affrontare un viaggio della speranza, di un' ipotetica speranza che non é mai stata tale... o meglio, é stato impedito a loro, per mano di "poteri forti" che lo fosse. Tutto ciò non é altro che la conseguenza di uno Stato non di diritto, ma di oppressione e di anormalità.  Il triste scenario a cui stiamo assistendo, si sta trasformato in una forma di delirio totale dove il male viene scambiato per bene e dove l' illecito diventa lecito!!! 
Ma ciò é anche parte e colpa del nostri disimpegno, delle nostre mancate responsabilità, del nostro cinisco, indifferenza....Se abbiamo permesso queste cose significa che non siamo più UOMINI ma MOSTRI di civiltà! Dov'é finita l' UMANITA? DOVE?? Ma dove stiamo andando??? Se questa può definirsi VITA!

Perdonateci fratelli IMMIGRATI se non siamo stati attenti al vostro grido di aiuto, se abbiamo pensato solo ai nostri interessi, se vi abbiamo lasciati morire da soli inghiottiti dal mare nell' abbandono e del cinismo...In voi era impresso in chiaro il "Volto di Dio", ancora una volta non siamo stati capaci di vederlo. Perdono! Profondo cordoglio e dolore per l'accaduto....

di: "Agnese Ginocchio " (Movimento per la Pace) 7 Aprile 2011

-Leggi articoli correlati(cliccare sul titolo di seguito per aprire la pagina):  Emergenza profughi: la Chiesa c'ha tantissimi edifici chiusi perché non apre le porte e ospita questi poveretti?

Segue:

Un dolore senza nome

l' EDITORIALE Un dolore senza nome (di: Claudio Magris - Corriere)

Nella parabola evangelica degli operai della vigna quelli che hanno lavorato soltanto un'ora, l'ultima della giornata, ricevono lo stesso salario di quelli ingaggiati all'alba, che hanno lavorato tutto il giorno. Ma, se avevano atteso oziosi tutto il giorno, è perché nessuno prima li aveva chiamati; perché fino a quel momento non avevano avuto, a differenza degli altri, alcuna opportunità.

L'inaccettabile disuguaglianza di partenza tra gli uomini, che destina alcuni ad una vita miserabile e impedisce ogni selezione di merito, va dunque corretta, anche con misure apparentemente parziali e disegualitarie, come fa il padrone della vigna.

Il mondo intero è un turpe, equivoco teatro di disuguaglianze; non di inevitabili e positive diversità di qualità, tendenze, capacità, doti, risorse, ruoli sociali, bensì di punti di partenza, di opportunità. È un'offesa all'individuo, a tanti singoli individui, che diviene un dramma anche per l'efficienza di una società. I profughi che arrivano alle nostre coste e alle nostre isole appartengono a questi esclusi a priori, a questi corridori nella corsa della vita condannati a partire quando gli altri sono quasi già arrivati e quindi perdenti già prima della gara. A parte il caso specifico dell'emergenza di queste settimane, con tutte le sue variabili - l'improvvisa crisi nordafricana, la confusione e mistificazione di pietà, ragioni umanitarie, interessi economici e politica di potenza, la lacerazione e l'impotenza o meglio quasi l'inesistenza di un'Europa con una sua politica - quello che è successo e succede a Lampedusa non è solo un grave momento, ma anche un'involontaria prova generale di eventi e situazioni destinati a ripetersi nelle più varie occasioni e parti del mondo, di migrazioni inevitabili e impossibili, che potranno aprire un abisso fra umanità, sentimenti umani e doveri morali da una parte e possibilità concrete dall'altra.

Il numero dei dannati della terra, giustamente desiderosi di vivere con un minimo di dignità, è tale da poter un giorno diventare insostenibile e rendere materialmente impossibile ciò che è moralmente doveroso ovvero la loro accoglienza. In Italia certo ancora si strepita troppo facilmente, dinanzi a una situazione peraltro ancora sostenibile e meno drammatica di altre sinora affrontate in altri Paesi. Ma quello che è avvenuto a Lampedusa è un simbolico segnale di una possibilità drammatica ben più grande; se a Milano o a Firenze arrivasse di colpo un numero proporzionalmente altrettanto ingente di fuggiaschi, le reazioni sarebbero - sgradevolmente ma comprensibilmente - ben più aspre. Quello che è successo a Lampedusa dimostra, con la violenza e l'ambiguità di una parabola evangelica, la necessità e l'impossibilità di una autentica fraternità umana universale, il dovere e il non potere accogliere tutti coloro che chiedono aiuto.

Proprio per questo, proprio perché la situazione è così grave e implica contraddizioni forse insanabili per la civiltà, quel di più di ottuso rifiuto razzista, di calcolato e manovrato allarmismo, di livida chiusura è inaccettabile. C'è un elemento quasi simbolico e in realtà terribilmente concreto che esemplifica questa tragedia e richiama la parabola evangelica interpretata in questo senso da un saggio di Giovanni Bazoli. Barconi sono affondati nel Mediterraneo, persone sono annegate senza che di esse si conosca il nome. Questi operai non hanno avuto la chiamata e nemmeno il salvagente dell'ultima ora; sono stati cancellati dal mare come se non fossero mai esistiti, sepolti senza un nome. Di molti, nessuno forse saprà nemmeno che sono morti; ad essi è stato tolto anche il minimo di una dignità, il nome, segno di un unico e irripetibile individuo. La cancellazione del nome è un oltraggio supremo, di cui la storia umana è crudelmente prodiga. Livio Sirovich, in un suo libro, racconta ad esempio di un bambino ebreo nato in un lager di sterminio e ucciso prima di ricevere un nome. Meno tragico ma altrettanto umiliante è quanto racconta il maresciallo Chu Teh, lo stratega cinese della Lunga Marcia, quando nelle sue memorie dice che sua madre contadina non aveva un nome, come non lo avevano le galline del pollaio, a differenza degli animali che amiamo e cui rivolgiamo affetti e cure. Nella cerchia allargata della mia famiglia acquisita c'è, in passato, una bambina illegittima, causa dell'ostracismo destinato a quell'epoca a sua madre nubile, morta piccola; ho cercato invano, a distanza di tanti decenni, di ritrovare il suo nome e sento come una vergogna non esservi riuscito.

Il mare è un enorme cimitero di ignoti, come gli schiavi senza nome periti nella tratta dei neri e gettati nelle acque dalle navi negriere. Oggi - nonostante le gravi difficoltà, fra l'altro messe ingiustamente soprattutto sulle spalle dell'Italia - si può e quindi si deve fare ancora molto per accogliere quelli che il Vangelo chiama gli ultimi e che è difficile immaginare possano veramente un giorno diventare i primi, come il Vangelo annuncia. Talvolta sono vilmente contento che la mia età mi possa forse preservare dal vedere un eventuale giorno in cui non fosse materialmente possibile accogliere chi fugge da una vita intollerabile.

Claudio Magris (Il Corriere della sera)

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